Al ritorno dal Dedalo Festival

By 8 agosto 2017Art, Arte, Press

(nella foto, il concerto di domenica 6, su cui svetta maestoso il Dedalo di Salvatore Rizzuti)

Nessuno, meglio di un operatore culturale sa quanto sia difficile oggi vivere d’arte.
In particolare in Sicilia, i comuni investono pochissime risorse nella cultura (solo il 3,4% della ricchezza complessiva siciliana appartiene al settore culturale. dati raccolti nel 2014 da Symbola).
In questa terra ancora esiste il luogo comune secondo cui “di arte non si può vivere” e si preferisce ripiegare verso qualcosa di più concreto, come ad esempio il cibo (oggi spopolano i franchising culinari, i fast food e gli slow food) oppure verso qualcosa che attira un grande numero di pubblico: ho scoperto che ci sono comuni dove i cittadini spendono dai 70.000 ai 100.000 euro in fuochi d’artificio!

Di fronte ad uno scenario tanto sconfortante, la cosa più sensata da fare è mollare l’arte o la Sicilia e dedicarsi ad altro, a qualcosa di più pragmatico magari.
Ci sono invece dei folli, che ancora oggi cercano di “resistiri, crisciri e canciari” come canta Ezio Noto e la sua band Disìu in “Cantu pì tìa”.

I folli in questione sono le persone che hanno partecipato attivamente alla decima edizione del Dedalo Festival di Burgio, organizzata dal sindaco Vito Ferrantelli e dal direttore artistico Ezio Noto.

Il corpo del festival è stato strutturato da artisti provenienti da tutta la Sicilia e da diverse regioni d’Italia, ma più che un corpo forse sarebbe meglio chiamarlo famiglia e non nel senso di “famigghia” siciliana in cui vi è un padre padrone (o boss) e i figli ubbidienti (o sottoposti).
No, questa famiglia è formata da musicisti, scultori, pittori; poeti dei nostri giorni.
Persone che l’arte ce l’hanno scolpita nel DNA, che realizzano opere di grande qualità ma che nonostante questo restano umili, “alla mano”, che parlano una lingua comune, che condividono le loro esperienze di vita, che cercano di riflettere sul mondo e incitare al coraggio, alla resilienza.

Per me ed Angela DiBlasi è stato il primo anno al Dedalo Festival e sin dal primo giorno abbiamo sentito di fare parte di questa famiglia, siamo stati accolti con il massimo calore umano, un pò a fare il paio con il calore dell’ambiente esterno che superava i 45° centigradi.

In questi tre giorni dal 4 al 6 agosto, in cui la canicola ha avuto il sopravvento, abbiamo avuto la possibilità di esporre la nostra arte, realizzare laboratori di Fiabe di Stoffa e di trasformazione dell’argilla e di godere delle performances dei Cattivo Costume, di Libero Reina, Giò Vescovi, Nonò Salamone, Danila Massimi, Mel Vizzi, Nicola Pollina, Giusy Schilirò e tanti altri.

In una delle tre sertate sono stati presentati anche dei libri editi da una coraggiosa casa editrice siciliana: Medinova, tra i quali anche l’autobiografia di Ezio Noto: Mio padre non conosce la mia musica.

La chicca finale è stato il concerto di domenica, una vera apoteosi di musica etnica sperimentale (perdonatemi la categorizzazione) in cui si sono incastrate tutte le capacità sonore di tutti i musicisti presenti per creare un unico corpo: Tintinnabula, che sarà prossimamente anche un disco dedicato al comune di Burgio, città della ceramica e delle campane.

Secondo il mio modesto parere, questo festival è un esempio di rivoluzione culturale, è uno stimolo al cambiamento ed è anche la dimostrazione che in Sicilia si può fare cultura e la si può fare ad altissimi livelli pur non essendo protetti da grandi case discografiche o da mecenati multimilionari.

È vero che oggi l’arte è considerata, dalla stragrande maggioranza delle persone come un accessorio inutile, che non serve al quotidiano e quindi si può lasciare ai margini dell’esistenza, ma è anche vero che chi si approccia ad un’arte genuina come quella espressa al Dedalo Festival non può non sentire la forza dirompente della bellezza che tocca corde molto profonde, quelle corde che l’uomo oggi deve sentire per uscire dall’appiattimento della vita globalizzata, votata unicamente al consumo.

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