Parole di Terra Cotta: Agorà

By 5 febbraio 2015Dicono di me, Press

(testo di Daniela Thomas)

Αgorà, in greco antico si scriveva così: ἀγορά, ed era «la piazza».

Oggi la piazza è un luogo ampio dove si può posteggiare più facilmente; oppure è, al contrario, un luogo interdetto al traffico, che si attraversa di corsa, senza soffermarsi né guardare, anche se ci sono cose belle da vedere. O ancora, è un luogo in cui si protesta tutti insieme, uniti da una sola causa ma senza guardarsi gli uni con gli altri perché non serve: basta essere «uniti contro». Si è ciechi, oggi, nelle piazze.

Ma un tempo la piazza era «il luogo».

Per capire bene cos’era, bisogna andare alla ricerca dell’Albero delle Radici, un albero antico che alcuni credono di rintracciare nei libri e invece cresce solo dentro di noi, nel profondo. I libri che parlano di quell’Albero, infatti, non sono «libri di etimologie» né vocabolari, ma mappe del tesoro, e le parole indicazioni segrete per raggiungere il luogo misterioso in cui cresce l’Albero; ma molti non se ne accorgono e usano le parole come se fossero oggetti di cui adornarsi e con cui seppellire, schiacciare, affogare, stritolare gli altri.

Le parole, invece, non si usano: si incontrano, si riconoscono, si scoprono, si «dicono»: e allora tornano ad essere vive e conducono all’Albero, che si trova nel luogo preciso in cui ogni essere umano, per la prima volta, guarda qualcosa e si meraviglia. Da quella meraviglia degli inizi nasce una parola-radice che ne genera tante altre, perché lo sguardo meravigliato vede e collega le cose e le riconosce come fili da tessere insieme.

Così «agorà», per esempio, è una parola con una radice piccola piccola, ag-, che vuol dire un sacco di cose, come andare venire spingere condurre muovere convocare radunare fare raccontare, in una parola agire. Persino agnello deriva da questa radice, perché è un cucciolo che si muove saltellando qua e là, o sinagoga, il luogo dove «ci si riunisce insieme», o stratega, «chi conduce un esercito»; e chi saprebbe vedere mai un nesso tra un agnello, una sinagoga, una piazza e un prodigio (che sempre da questa radice deriva)? Solo un bambino o un poeta potrebbero. O un artista, che è sia l’uno che l’altro.

E’ questa, secondo me, l’«agorà» di Alberto Criscione, una piazza antica in cui ci si ritrova con uno sguardo intriso di stupore, alla ricerca di sé. Ci si ritrova «persone», che vuol dire «maschere», perché la persona era quella maschera di terracotta, con gli occhi e la bocca spalancati, che «l’attore» (che deriva sempre da ag- perché «agisce una parte») metteva sul volto per amplificare la voce, per farla, appunto, per-sonare, risuonare attraverso la cavità della maschera, dato che ancora non esistevano microfoni.

Maschere di tutti i tipi, di tutti i tempi, di tutti noi, per esprimere quello che meglio risuona di noi in ogni momento, per esaltarlo e non per fingerlo o nasconderlo. Maschere in Persona, per ritrovarci in festa a popolare una piazza in cui ci si raduna e raccoglie, ci si incontra e ci si guarda, ci si parla per dire poche cose ma autentiche, semplici e preziose, ci si scambia «il segno della pace», perché Agorà è questo, è luogo dove tornano ad essere importanti gli occhi, le mani, la voce; luogo dove si può essere come si è, perché anche i «mostri», ovunque condannati, tornino ad essere coloro che «mostrano» qualcosa che ci coinvolge e ci tocca dentro.

Una piazza, quella di Alberto, in cui le parole sono di terra: parole di terra cotta e colorata dopo essere stata impastata con l’acqua, plasmata con le mani e il cuore e le dita, asciugata con cura, svuotata, pensata come si pensa un’idea, sognata come si sogna di notte. Le parole di terra cotta sono come il pane: buone e nutrienti, e dentro ci sono anche l’aria, l’acqua e il fuoco, c’è tutta la potenza della trasformazione, ci sono le radici dell’Albero, c’è la poesia del fare e il fare della poesia. Sono anche fragili, e per questo bisogna custodirle, proteggerle, conservarle con cura, come si fa con tutte le cose preziose, come facciamo con la nostra stessa vita.

E’ questa l’Agorà di Alberto: un luogo di fermento, di raccolto e raccolta, di semina, di inizi: di meraviglia. E’ davvero un’ ἀγορά.

Daniela Thomas

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