Alberto Criscione, figlio d’arte, si racconta

By 18 febbraio 2015Dicono di me, Press
giotto e cimabue blog

Intervista

Quando chiesi ad Alberto Criscione, figlio di un figlio di Vallelunga (che si è contraddistinto anche fuori dai confini nazionali grazie alla sua arte) di rilasciarmi un’intervista per La Radice, si dimostrò subito disponibile e rispose con immediatezza alle mie domande. Dopo averlo ringraziato per la disponibilità dimostratami, però, gli chiesi se avrebbe potuto inviarmi anche alcune foto di sue sculture che, con maestria, ha imparato a lavorare seguendo le orme del padre Giuseppe. E tra i vari lavori selezionati per la pubblicazione su La Radice, la sua scelta ricadde su un’opera particolare e che potrebbe racchiudere il senso di questa conversazione avvenuta tra facebook ed email. Il giovane scultore decise di mandare anche una foto del suo lavoro che riproduce Giotto e Cimabue. “Si addice molto all’articolo” commentò Alberto. E io non potei che dargli ragione.

Perché Alberto Criscione, trentatré anni, ha passato la sua vita al fianco del padre per apprendere quanto più possibile. Per tirar fuori da terra grezza e informe opere che comunicano, che parlano, che narrano storie. Il padre, di cui abbiamo analizzato le opere nel numero precedente, prediligeva i volti scarni, pieni di fatica, o anche semplicemente siciliani, per portare la sua isola e anche il suo paese d’origine ovunque.

In una statuetta per il presepe, nel volto di un pastorello o di una lavandaia, era possibile ritrovare occhi, sguardi e posture di uomini e donne che si incontravano quotidianamente per le vie dei paesini siciliani. E adesso è il momento di scoprire, invece, il lavoro di suo figlio e di analizzare il legame con il padre. Un atto dovuto, ma che si fa anche con piacere. Un modo umile per ringraziare e ricordare chi ha saputo portare in alto il nome del nostro paese.

Da quanto ti occupi di scultura?

Per gioco da sempre. A livello professionale da oltre 15 anni.

Hai fatto degli studi particolari?

Molti mi chiedono se ho studiato all’Accademia di Belle Arti. In realtà ho imparato le tecniche di modellato da papà per poi dedicarmi con assiduità alla sperimentazione. In particolare negli ultimi anni ho sviluppato la mia conoscenza nel campo della colorazione ceramica seguendo seminari condotti dal maestro faentino Giovanni Cimatti. Ho appreso nuove tecniche nei miei viaggi in Toscana e in Danimarca.

Hai partecipato a delle mostre o organizzato esposizioni?

Ho partecipato a diverse collettive in Italia e personali in Sicilia, tra il 2000 e il 2006. Poi sono stato totalmente assorbito dal lavoro in bottega. Solo in quest’ultimo anno, con la nascita del nuovo sito intrernet, ho sentito la necessità di ritagliarmi un po’ di tempo per creare una nuova serie di sculture e di esporle in una mostra. Tra le varie mostre, la mia prima è stata presso l’Ass. Artincontro di Ragusa, dal titolo “Di padre in figlio.” Di sicuro è stata una sorta di iniziazione. Era il 2000. Poi ho esposto le mie opere in Toscana nel 2011, a Certaldo, dove avevo uno studio di scultura, è stata una bella esperienza durata quasi un anno. Una mostra importante è di certo quella a cui ho preso parte il 25 novembre allo spazio espositivo Generali, a Roma.

Nella tua vita privata, oltre all’arte, di cos’altro ti occupi?

Pratico Tai Chi da oltre due anni. Canto in un coro al Goethe Istitut di Palermo. Adoro fare escursioni nella natura. Mi piace molto la vita di campagna, leggere un libro, davanti al camino (magari non d’estate), con Angela e il nostro gatto Zen.

Dove si può rintracciare secondo te, nelle tue opere, la “scuola” di tuo padre?

La scuola di mio padre è stata molto importante. Di sicuro la porto sempre con me, come porto con me il ricordo di lui. Forse negli anni dell’apprendistato il mio stile non era ben definito e somigliava molto a quello di papà e solo negli ultimi anni si è trasformato ed è passato dal figurativo classico ad una nuova forma. Credo che attraverso l’arte si rende manifesto ciò che è celato nell’inconscio. E’ un lungo cammino che mi permette di fare emergere la mia personalità e di essere sempre più connesso alla mia parte più profonda. Per me rappresenta anche un percorso di affrancamento, di autonomia.

Quali sono i tuoi soggetti più frequenti?

Io li chiamo Golem People. Ho coniato questo termine insieme all’amica e critica d’arte Germana Riccioli. E’ una serie di personaggi che ho realizzato tra il 2008 e il 2010 e che ho dovuto interrompere per via delle commissioni in bottega. In questi mesi ho deciso di riprendere ciò che avevo lasciato in sospeso, quindi presto sarà possibile vedere nuove opere, caratterizzate dal segno distintivo che mi contraddistingue.

Oltre alla scultura, ti impegni anche in altre forme di arte?

Mi piace l’illustrazione e l’animazione video ma le pratico di rado, diciamo quando mi resta tempo tra una scultura e l’altra. Mi sono dedicato anche all’arte del riuso insieme alla mia compagna Angela Di Blasi. Ogni anno realizziamo una grande scenografia di Natale per l’istituto Minutoli di Palermo.

Come è nata questa passione per la scultura e quanto la figura di tuo padre ha influenzato il tuo percorso artistico e le tue scelte?


Mi ricordo alcuni momenti dell’infanzia in cui realizzavo piccole figure d’argilla per emulare ciò che faceva papà, ma in quel periodo l’arte per me era come un gioco. La passione, quella vera, mi è venuta da adolescente vedendo con quale velocità assimilavo i trucchi del mestiere. L’incoraggiamento ad andare avanti è venuto senza dubbio dalla vittoria al premio Begarelli di Modena – sezione giovani. Li ho detto “Allora questa è la mia strada”. Avevo solo 15 anni. Credo che l’influenza di papà sia stata molto forte. La sua volontà era, di certo, che io lavorassi in bottega con lui e che prendessi le redini dell’azienda di famiglia, cosa che ho fatto fino ai 27 anni. Poi ho deciso di prendere la mia strada e di fare esperienze fuori da Ragusa. È stato un po’ come uscire la testa dal guscio. In quel periodo sentivo spesso una frase “all’ombra di un grande albero non può crescere un albero altrettanto grande”. Queste parole sono state per me una spinta al cambiamento.

Senza l’influenza di tuo padre, secondo te, avresti comunque intrapreso la strada dell’arte, magari in altre forme?


Da bambino passavo il tempo a disegnare e ad inventare storie. Quindi credo che avrei fatto il fumettista o avrei lavorato nel cinema d’animazione. In generale mi sarei occupato di comunicazione visiva, quindi non sono andato molto lontano dalle mie inclinazioni. Vedo nelle mie sculture questa necessità di comunicare.

Grazia La Paglia

(articolo pubblicato sul n. (3+34) dicembre 2014 – gennaio 2015 del periodico LA RADICE)

https://laradicevallelunga.wordpress.com/2015/02/18/la-radice-nuovo-numero/

Commenti

2 Comments

  • Questa intervista e le tue nuove sculture mi hanno ricordato una frase di Daniel Taylor:"Voi siete le vostre storie. Siete il prodotto di tutte le storie che avete ascoltato e vissuto, e delle storie che non avete sentito mai. Hanno modellato la vostra visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate." In altre parole, come tutto ciò che siamo e che facciamo racconta di noi… così fanno i tuoi Golem, Efori, il progetto Agorà: raccontano. Ci raccontano storie con la tua voce narrante, ma danno anche vita a tante storie possibili… quelle che possiamo raccontare noi mentre le guardiamo. Buone sculture, Albe 😉

  • Grazie per queste parole Anna! in effetti mi hai fatto pensare a quello che una signora, vedendo le mie sculture per la prima volta, mi disse "ma tu sei uno storyteller" 😉

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