Oggi più che mai si sente parlare di ecologia. Eppure, almeno in Italia, il tema viene affrontato più sul piano teorico che su quello pratico.
Anche su questo argomento le posizioni sono fortemente polarizzate. Da una parte ci sono i sostenitori della necessità di intervenire sul cambiamento climatico, dall’altra i negazionisti. Come spesso accade, il dibattito assume i toni di una partita di calcio: tanti tifosi, pochi giocatori realmente coinvolti nella riduzione dell’impatto ambientale.
E nel mondo dell’arte?
Fino a pochi anni fa parlare di sostenibilità nell’arte era quasi un tabù.
Da un lato perché era difficile ricostruire l’origine dei materiali, degli strumenti e dei processi produttivi. Dall’altro perché l’arte tende a concentrarsi sul risultato estetico e sul momento della creazione, lasciando in secondo piano gli aspetti tecnici e ambientali che rendono possibile un’opera.
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato.
La sostenibilità è diventata un tema centrale nel sistema dell’arte. Musei e istituzioni dedicano sempre più mostre all’Antropocene e all’economia circolare. Le fiere internazionali introducono programmi per ridurre il proprio impatto ambientale. Molte gallerie cercano artisti con una ricerca riconoscibile sui temi ecologici e cresce l’interesse di collezionisti e fondazioni verso opere che affrontano il rapporto tra arte e ambiente.
Anche la ricerca universitaria evidenzia una crescente attenzione verso pratiche artistiche sostenibili, pur sottolineando il paradosso di un sistema dell’arte che continua a essere fortemente energivoro e globalizzato.
Anche il mercato sembra confermare questa tendenza. Alcune società di ricerca stimano che il settore della cosiddetta upcycled art crescerà tra il 9% e il 12% annuo fino al 2033, un ritmo superiore a quello del mercato dell’arte nel suo complesso.
Parallelamente cresce l’interesse del pubblico verso artisti che lavorano con materiali di recupero. Figure come Thomas Dambo, El Anatsui o Vik Muniz hanno contribuito a trasformare il riciclo da semplice pratica artigianale o gesto di denuncia ambientale in un linguaggio pienamente riconosciuto dall’arte contemporanea.
Ma può davvero esistere un’arte a impatto zero?
Qui nasce una questione fondamentale.
L’arte del riciclo viene spesso presentata come arte ecologica. Ma è davvero così?
Riciclare significa prolungare la vita di un materiale già esistente, evitare almeno in parte che diventi un rifiuto e ridurre la domanda di nuove materie prime. È certamente una pratica virtuosa.
Tuttavia esiste un limite che raramente viene preso in considerazione.
L’oggetto recuperato nasce comunque da un processo estrattivo e manifatturiero che ha già consumato risorse naturali, energia e trasporti. Porta con sé un’impronta ambientale già esistente.
Pensiamo, ad esempio, a un’opera realizzata con bottiglie o tappi di plastica. L’artista interviene quando il materiale è ormai diventato uno scarto. Ne prolunga la vita, ma non può cancellare il debito ecologico accumulato durante la produzione.
Per questo motivo l’arte del riciclo riduce l’impatto ambientale, ma non può essere definita un’arte a impatto zero.
Oltre il riciclo: il principio Cradle to Cradle
I principi del Cradle to Cradle propongono un cambio di prospettiva radicale.
L’obiettivo non è ridurre il danno, ma eliminare il concetto stesso di rifiuto progettando materiali e prodotti capaci di rientrare integralmente nei cicli biologici o tecnici.
In questa prospettiva un’opera realizzata con materiali di recupero conserva comunque un’impronta ambientale pregressa. L’artista ne evita lo smaltimento immediato e ne prolunga il ciclo di vita, ma non elimina l’impatto già sostenuto.
Un’arte realmente ecologica dovrebbe invece nascere da materiali concepiti fin dall’origine per essere reinseriti nei cicli naturali o industriali senza generare nuovi rifiuti.
Questo non significa che sia semplice parlare di impatto zero.
Anche un materiale biodegradabile richiede estrazione, lavorazione, trasporto, consumo di energia e utilizzo di acqua. L’impatto zero assoluto è probabilmente irraggiungibile.
Più corretto sarebbe parlare di sistemi rigenerativi, capaci di avvicinarsi alla neutralità ecologica o addirittura di produrre un beneficio ambientale netto.
La differenza è sostanziale.
Il riciclo appartiene alla logica del “fare meno danni”.
Il Cradle to Cradle appartiene alla logica del “progettare senza generare rifiuti”.
È un passaggio che non riguarda soltanto la tecnica, ma il modo stesso di concepire il ruolo dell’arte all’interno dei cicli della materia.
Una domanda inevitabile
Se vogliamo affrontare seriamente il rapporto tra arte ed ecologia, dobbiamo porci un quesito fondamentale: esiste un modo per misurare l’impatto ambientale di un’opera? Possiamo calcolare, con dati alla mano, l’impronta ecologica di una scultura, di un dipinto o di un’installazione?
Solo quando saremo in grado di rispondere a questa domanda potremo capire quanto la nostra pratica artistica sia realmente sostenibile e quanto, invece, rischi di rimanere tale soltanto nelle intenzioni.
Per aiutarci in questa valutazione, il sito MoMAA offre un utile strumento per calcolare l’impatto dei materiali artistici. LINK
Eppure, la matematica da sola non basta. Concentrarsi unicamente sui calcoli può rivelarsi frustrante e non portare a un reale beneficio ecosistemico. È un po’ come pesarsi ossessivamente sulla bilancia durante una dieta: i numeri contano, ma sono le abitudini pratiche a fare la differenza.
Quindi, cosa si può fare nel concreto fin da oggi?
I Materiali
- In pittura: si può decidere di passare all’utilizzo di colori acrilici prodotti con leganti 100% riciclati (es. resine recuperate dagli scarti industriali), oppure privilegiare leganti naturali a base di gomma arabica o olio di lino spremuto a freddo. Un altro passo importante è scegliere pigmenti naturali e non tossici, come le terre, in sostituzione a quelli contenenti metalli pesanti.
- Nella formatura: possiamo evitare i polimeri sintetici di origine petrolifera (come la classica resina poliestere) a favore di resine a base di biomassa, come ad esempio la Art Pro Green di ResinPro.
- Nel modellato: un’ottima alternativa è l’uso della ReClay di CMP, una pasta modellabile autoindurente composta al 95% da carta riciclata.
- Biomateriali e sperimentazione: un orizzonte affascinante è il passaggio a composti creati con agglutinanti naturali uniti a fibre o cariche vegetali [LINK]. Tra le sperimentazioni più interessanti spicca la produzione di opere a partire dal micelio dei funghi, una pratica organica, effimera e dal forte valore simbolico [LINK]. Ci sono persino artisti che producono sculture utilizzando escrementi di elefante (giuro! ho visto una mostra su questo tema, nel 2012 a Parigi) Un processo estremo, certo, adatto forse solo ai più coraggiosi, ma che dimostra le infinite vie del recupero.
La gestione dello studio
Fare la raccolta differenziata è solo la punta dell’iceberg: è utile, essenziale, ma non sufficiente. Occorre prestare un’attenzione particolare ai rifiuti speciali generati nel nostro lavoro quotidiano, specialmente nella realizzazione degli stampi.
- Il gesso: una volta secco e macinato, può essere recuperato in vari modi. Può essere reintrodotto come inerte all’interno di una nuova madreforma, oppure mescolato a una colata di resina epossidica.
La gomma siliconica: la gomma in pasta o di scarto può essere tagliuzzata e inglobata nelle nuove colate di gomma liquida, permettendo di risparmiare notevoli quantità di materiale vergine. [LINK] - La terracotta: anche gli scarti di terracotta possono avere una seconda vita. Sebbene non sia facile da macinare a mano (l’ideale è disporre di una molazza), la terracotta sbriciolata diventa un eccellente additivo inerte per le resine. Può inoltre essere utilizzata per creare impasti collanti ultra-resistenti miscelandola alla colla vinilica, o servire come additivo refrattario (simile alla chamotte, ossia microsfere di quarzo) per argille che necessitano di resistere a forti shock termici.
- Le acque di scarto: un accorgimento fondamentale per il proprio lavandino è l’utilizzo di vasche di sedimentazione (o decantazione). Queste permettono di filtrare le acque di lavaggio dei pennelli prima dello scarico, evitando di immettere microplastiche acriliche e metalli pesanti dei pigmenti nella rete idrica.
- Gli smalti ceramici: la stessa tecnica di decantazione si applica brillantemente agli smalti. Molti ceramisti utilizzano questo metodo per recuperare i residui depositati sul fondo delle vasche: riutilizzando questi sedimenti si possono creare smalti “mixati” di recupero, capaci di regalare effetti estetici unici e sorprendenti a zero impatto.
E tu? stai portando avanti delle pratiche di eco sostenibilità? scrivimelo nei commenti