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Immerso in questo caldo estivo, impossibilitato a lavorare l’argilla, ho approfittato per sistemare lo studio: qualche miglioria estetica che, da subito, mi ha risollevato l’umore.

Ed è lì che mi sono fermato a riflettere sulla bellezza.

Mi sono chiesto che senso abbia oggi fare arte, in un mondo saturo di immagini, dove le macchine ne producono infinite in pochi secondi — forme, fotografie, volti, paesaggi, mondi interi, in pochi secondi.

Ma c’è una domanda che continua a tornarmi in testa, forse ancora più urgente:

Ci stiamo lentamente abituando all’orrore che c’è intorno a noi?

È una domanda che mi accompagna mentre guardo quello che succede nel mondo, mentre scorrono le immagini sui nostri schermi e mentre penso alla quantità enorme di tragedie, guerre, violenze e disastri che ogni giorno entrano nelle nostre vite.

Forse il nostro cervello, davanti a una quantità così grande di stimoli, costruisce una distanza. La tragedia diventa parte dello sfondo, l’orrore diventa una presenza quotidiana e la nostra capacità di reagire si consuma poco alla volta.

La stessa cosa accade con la bruttezza.

Ci abituiamo agli spazi degradati, agli oggetti prodotti senza cura, alle immagini costruite soltanto per catturare la nostra attenzione, al rumore visivo che ci accompagna continuamente. Ci abituiamo così tanto a tutto questo da smettere, spesso, di accorgercene.

Ed è proprio qui che mi sono posto un’altra domanda: perché dovremmo abituarci alla bruttezza?

Una risposta, l’ho cercata proprio nel mio studio

Quando ho iniziato a mettere mano allo spazio in cui lavoro — modificando alcune cose che non mi piacevano più, rimettendo ordine, cambiando alcuni angoli — non pensavo di star cercando una risposta a queste domande. Eppure, un gesto apparentemente piccolo, mi ha aperto qualcosa.

Prendersi cura di un luogo significa riconoscere che quel luogo ha valore. Significa scegliere di dedicargli tempo, attenzione e fatica. Significa voler vivere dentro qualcosa che ci faccia stare meglio.

Da lì sono arrivate altre domande.

Abbiamo ancora la voglia, il coraggio e il tempo di metterci di buzzo buono per creare bellezza intorno a noi? Abbiamo ancora voglia di dedicarci a qualcosa lentamente, con le mani, con la pazienza necessaria a vedere una forma prendere corpo?

Queste domande diventano ancora più importanti in un momento storico nel quale possiamo produrre immagini praticamente all’infinito. L’intelligenza artificiale ha accelerato enormemente questo processo: possiamo descrivere un’immagine e riceverla in pochi secondi, modificare un volto, inventare un paesaggio, trasformare un’idea in una rappresentazione visiva quasi istantaneamente.

Questa possibilità cambia inevitabilmente il nostro rapporto con le immagini. Quando la produzione diventa infinita, il valore dell’immagine si sposta. Diventa sempre più importante capire perché una determinata immagine meriti il nostro tempo e la nostra attenzione.

E forse proprio qui torna a essere importante l’arte

L’artista può ancora scegliere di fermarsi.

Può osservare una cosa per mesi. Può dedicare anni a una ricerca. Può prendere un pezzo di argilla e passarci sopra le mani migliaia di volte, modificandolo, correggendolo, distruggendolo e ricominciando.

L’argilla ha bisogno di tempo. Ha bisogno del corpo. Ha bisogno di una persona che la tocchi, che la conosca, che impari a comprenderne il comportamento.

Questa lentezza, oggi, assume un valore particolare. Viviamo immersi nella velocità, nella riproducibilità, nell’immediatezza. Tutto arriva rapidamente e rapidamente viene sostituito. Le immagini scorrono, le informazioni si accavallano, le cose vengono consumate e sostituite.

Una scultura segue un ritmo diverso. Rimane.

(Intendo una scultura che sta sul campo fisico, nella realtà, e non dentro un social network.)

Porta dentro di sé il tempo necessario per essere fatta. Porta dentro di sé le decisioni dell’artista, gli errori, le esitazioni, la fatica, il gesto della mano e persino gli incidenti della materia.

Quando una macchina può produrre un’immagine perfetta in pochi secondi, il fatto che una persona abbia impiegato sei mesi per costruire una forma acquista un significato ancora maggiore. Quella forma contiene il tempo di una persona.

E forse questo è uno dei compiti dell’arte oggi: restituire valore al tempo e all’attenzione.

Tornare a guardare

L’arte può diventare un luogo nel quale tornare a guardare. Può interrompere, anche solo per qualche minuto, quel flusso continuo di immagini e permetterci di rimanere davanti a qualcosa abbastanza a lungo da sentirne la presenza. Può aiutarci a recuperare una sensibilità che rischiamo di consumare attraverso l’eccesso.

Forse il compito dell’arte è anche questo: impedire che l’assuefazione diventi la nostra condizione permanente.

E allora torno alla bellezza

Parlare di bellezza oggi può sembrare quasi anacronistico. La parola porta con sé qualcosa di antico, forse persino ingenuo. Eppure continuo a pensare che abbia ancora un significato enorme.

La bellezza può essere fragile, inquietante, dolorosa. Può parlare della morte, della guerra, della perdita e della solitudine. Può farci entrare in contatto con qualcosa che ci ferisce e, proprio attraverso la sua forma, permetterci di sostenerne lo sguardo.

La bellezza significa anche riconoscere che qualcosa ha valore — un paesaggio, una persona, una materia, un oggetto, una memoria, uno spazio. Prendersene cura significa dire che quella cosa merita attenzione.

Forse è questo che l’arte ha fatto per secoli: ha scelto qualcosa e ha detto “guardate”. Guardate questo volto, questo corpo, questo paesaggio, questa sofferenza, questa storia, questa forma.

L’arte ha preso qualcosa dal mondo e gli ha dedicato tempo, permettendo anche agli altri di fermarsi davanti a quella cosa e riconoscerne il valore.

Per questo oggi continuo a chiedermi quale sia il ruolo dell’artista. Forse il suo compito consiste ancora nel proteggere qualcosa: proteggere la capacità di guardare, la memoria, la materia, il tempo, la possibilità di provare meraviglia. E forse proteggere la bellezza che ancora esiste intorno a noi.

Quando ho sistemato il mio studio, in fondo, ho fatto una cosa molto semplice: ho scelto di dedicare attenzione a un luogo nel quale passo gran parte della mia vita. Ho cercato di renderlo più bello.

E quella piccola azione mi ha fatto pensare che forse l’arte comincia proprio da qui: da una persona che guarda qualcosa intorno a sé e decide che vale la pena prendersene cura.

Forse questo è ancora il motivo per cui siamo qui.

Creare bellezza, custodirla e ricordare agli altri che vale la pena guardarla.

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