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Ogni artista è figlio del proprio tempo. È inevitabile.
Le guerre, le crisi ambientali, i cambiamenti sociali, le nuove tecnologie e le paure collettive lasciano un’impronta. Nessuno studio è così isolato da impedirne l’ingresso.
Consciamente o inconsciamente siamo tutti influenzati da ciò che accade nel mondo.
Ogni epoca costruisce il proprio immaginario. L’artista vive dentro questo paesaggio. Respira le stesse inquietudini, osserva gli stessi cambiamenti e attraversa le stesse contraddizioni.
La differenza emerge nel modo in cui sceglie di trasformarle.

C’è chi denuncia,  chi documenta,  o immagina mondi possibili, chi trova rifugio nella bellezza, oppure torna ai miti antichi per parlare del presente. Chi costruisce simboli capaci di attraversare il tempo.
L’arte, se fosse una semplice cronaca degli eventi, sarebbe giornalismo.Invece trasforma gli avvenimenti in immagini. Immagini che continuano a parlare anche quando il fatto che le ha generate appartiene ormai al passato.

Lo studio come luogo di trasformazione.

Quando entro in studio non cerco la notizia del giorno.
Cerco ciò che rimane quando la cronaca perde forza.
Le notizie passano.
Le immagini restano.

Le opere d’arte nascono dall’incontro di esperienze diverse. Una trasformazione sociale. Una domanda personale. Un’intuizione. Una lettura. Un incontro. A volte basta un dettaglio osservato per pochi secondi.
Poi tutto converge.
La materia assorbe ciò che fino a quel momento sembrava appartenere a mondi diversi. Il gesto ricompone i frammenti e restituisce un’unica immagine.
È qui che la realtà cambia natura.

Perché alcune opere attraversano il tempo.

Penso spesso a Goya.
Molti leggono le sue incisioni (I Caprichos) come un catalogo delle mostruosità del suo tempo. Io ci vedo qualcosa di più profondo. Goya racconta gli effetti della perdita della ragione. Ecco perché quelle immagini continuano a parlarci.

Lo stesso accade con Picasso. Guernica nasce da un bombardamento preciso. Oggi, però, rappresenta ogni guerra. Il fatto storico rimane sullo sfondo. L’immagine continua a vivere. E quella immagine è diventata un simbolo universale del dolore.

Anche Orwell segue questa strada.
La fattoria degli animali prende forma in un contesto storico preciso. Eppure quei personaggi parlano ancora del potere, delle sue dinamiche e delle sue trasformazioni.
Le opere che attraversano il tempo condividono questa qualità.

Offrono una forma alle domande che ogni epoca continua a porsi.

Quando l’assurdo diventa normale
Progetti recenti come Golem AI ed Eleos nascono proprio da questa esigenza.

A prima vista sembrano parlare di intelligenza artificiale, di satira politica o di guerra.
In realtà raccontano un cambiamento più profondo.

Viviamo da spettatori un’epoca in cui l’impossibile entra nella normalità.

Ogni giorno accogliamo situazioni che, fino a poco tempo fa, avrebbero suscitato incredulità.
Così l’assurdo cambia significato.
Diventa esperienza quotidiana.

Le mie sculture provano a portare alla luce quel mostro silenzioso.

Lo mettono davanti ai nostri occhi. Lo trasformano in una presenza con cui confrontarsi.
>Ogni figura custodisce una domanda.
>Ogni ferita racconta una trasformazione.
>Ogni crepa apre uno spazio di riflessione.
Forse il vero soggetto dell’opera coincide con lo sguardo di chi la osserva.

 

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