L’intelligenza artificiale come laboratorio
Negli ultimi anni molti artisti hanno iniziato a usare l’intelligenza artificiale per produrre immagini.
Io ho scelto una strada diversa.
L’AI è entrata nel mio studio come uno strumento di ricerca.
La utilizzo per sviluppare idee, mettere alla prova intuizioni ed esplorare possibilità che richiederebbero settimane di lavoro. È più un laboratorio che una scorciatoia.
Ogni conversazione diventa un confronto. A volte funziona. Altre volte produce risultati banali. Ed è proprio in quei momenti che diventa interessante.
Un’intelligenza artificiale ragiona attraverso modelli statistici. Riconosce schemi, individua relazioni e propone soluzioni basate su una quantità enorme di informazioni.
Io parto da un’altra direzione. Cerco connessioni che ancora non hanno un nome. Cerco immagini capaci di mettere in relazione elementi che, apparentemente, non hanno nulla in comune.
Per questo il dialogo è spesso acceso.
L’AI tende a cercare la risposta più probabile.
Io cerco la domanda che manca.
Molte delle conversazioni che pubblico nascono proprio da questo attrito. Non mi interessa stabilire se l’intelligenza artificiale abbia ragione o torto. Mi interessa capire fin dove riesca ad accompagnare un processo creativo e in quale momento diventi necessario tornare all’intuizione, all’esperienza e al dubbio.
Ognuno di noi possiede una cosa che nessun archivio può accumulare: uno sguardo.
Lo sguardo seleziona, collega, elimina, interpreta. Trasforma un’informazione in un’esperienza.
È lì che nasce un’opera.
I limiti dell’AI
L’intelligenza artificiale conosce una quantità di informazioni impossibile da contenere in una mente umana.
Questo, però, non significa che ogni risposta sia affidabile.
Per mettere alla prova questo strumento, ogni tanto gli chiedo di spiegarmi una tecnica che conosco già molto bene. È un modo semplice per capire quanto sia affidabile su un determinato argomento.
Capita così che proponga procedimenti completamente sbagliati, oppure che mescoli tra loro metodi incompatibili. In altri casi ripete come attendibili informazioni diffuse da persone con poca esperienza, trasformando opinioni personali o cattive pratiche in risposte apparentemente autorevoli.
Il problema non riguarda soltanto l’intelligenza artificiale. Riguarda anche la qualità delle informazioni con cui costruisce le proprie risposte. Quando le fonti sono contraddittorie, superficiali o semplicemente errate, il risultato può sembrare convincente pur essendo tecnicamente scorretto.
L’AI riesce a collegare informazioni, confrontare testi e sintetizzare concetti con una velocità impressionante. Tuttavia non possiede un’esperienza diretta della realtà. Non ha mai modellato un blocco d’argilla, preparato un impasto o affrontato una cottura in pit-firing , tecnica soggetta ad infinite variabili. Ci sono conoscenze che nascono soltanto dal lavoro, dagli errori e dal tempo.
Per questo motivo non può sostituire il giudizio di chi quella tecnica la pratica ogni giorno.
Usare l’intelligenza artificiale significa mantenere sempre attivi il discernimento, il dubbio e lo spirito critico. Ogni risposta rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo.
L’intelligenza artificiale è un ottimo interlocutore.
Un pessimo maestro.
Una tecnologia che cambia i rapporti di potere
Negli ultimi anni ho trovato particolarmente interessanti le riflessioni della politologa Asma Mhalla (vedi il saggio Tecnopolitica). Il suo sguardo si concentra molto meno sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale e molto di più sulle conseguenze politiche di questa tecnologia.
L’AI, infatti, non è soltanto uno strumento creativo.
È soprattutto uno strumento di potere. E il potere non è neutrale. È uno strumento che può avere degli effetti diversi sulla vita delle persone. E questo dipende da chi lo controlla e per quali scopi lo sta finanziando.
Ogni nostra ricerca, ogni fotografia caricata online, ogni spostamento registrato da uno smartphone, ogni acquisto e ogni interazione sui motori di ricerca o sui social network, contribuiscono ad alimentare sistemi capaci di analizzare comportamenti, prevedere decisioni e orientare scelte collettive.
Una manna dal cielo per chi usufruisce di queste informazioni per la sorveglianza di massa.
Per la prima volta nella storia disponiamo di tecnologie che non si limitano a osservare la realtà.
Possono modellarla.
Se consideriamo il fatto che anche il settore militare sta investendo sull’AI, allora possiamo capire la portata dell’argomento in questione. Con le dovute implicazioni a livello umanitario.
Quando una decisione viene affidata a un algoritmo, diventa sempre più difficile stabilire dove finisca la responsabilità umana.
Il rischio che mi inquieta di più
Tra tutti questi aspetti, ce n’è uno che mi riguarda direttamente come artista.
La progressiva rinuncia allo sforzo di pensare.
Se ogni domanda riceve una risposta immediata, il rischio consiste nel perdere il tempo necessario per costruire un pensiero personale.
Pensare richiede lentezza.
I pensieri sono la madre del dubbio, e il dubbio è stato da sempre portatore di conoscenza.
Ogni dubbio nasce da una domanda. La domanda ci porta alla ricerca di risposte e di idee. Idee che possono cambiare, persino entrare in contraddizione tra loro. È un sistema che l’uomo ha sempre utilizzato per crearsi capire come funziona il mondo. E questo sistema richiede uno sforzo, richiede l’accettazione del rischio che si possano mettere in discussione le certezze, che si possa andare incontro all’errore con coraggio.
L’intelligenza artificiale, invece riduce enormemente il tempo necessario per ottenere una risposta. Limitando al minimo la possibilità di incappare in un errore e quindi fare esperienza di esso.
E si sa, senza errore non c’è crescita. Non c’è possibilità di fare esperienza diretta delle cose e così, anche di fronte a piccoli problemi, si può cadere in preda all’ansia e ad una scarsa fiducia in sé stessi.
Bisogna stare molto attenti a questo.
Per questo continuo ad usare l’AI, ma continuo anche a diffidarne.
Ogni risposta che accetto senza verificarla rappresenta un piccolo pezzo di autonomia che consegno a qualcun altro.
Per un artista questo rischio è ancora più grande.
L’arte nasce quando qualcuno riesce a vedere ciò che ancora non esiste.
Se ci abituiamo a chiedere sempre a una macchina quale sia la risposta migliore, forse la domanda più importante smetteremo perfino di formularla.
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